02.28.06

Comunicazione volgare / comunicazione violenta

Posted in spunti at 10:45 by Sebastiano

In questi giorni si presenta l’occasione, in diversi luoghi online ed offline, di discutere dei contenuti della comunicazione. L’occasione è data dalla famigerata pubblicità di Amica Chips, quella con Rocco Siffredi per intenderci.

Per intenderci la diatriba è la solita: da una parte chi pensa che certi messaggi “sessisti” non dovrebbero essere divulgati, anche perché rendono difficoltoso rispondere a domande dei figli che chiedono spiegazione in merito ad allusioni che non capiscono (non ancora…), dall’altro chi pensa che – quasi – tutto sia permesso in pubblicità…perché daltronde la realtà non è molto diversa da quello che si vede negli spot (e anzi può anche essere molto peggio).

Stessa occasione di discutere si era avuta con la “famosa” pubblicità di Toscani per Rare, quella dei due uomini che si palpeggiavano gogliardicamente le parti intime. In questa occasione ha brillato il commento della presidente del Moige (Movimento Italiano Genitori) che invitava a non normalizzare gli atteggiamenti omosessuali.
Personalmente ho trovato questa dichiarazione agghiacciante e ottusa, per un motivo semplice: tutti gli atteggiamenti e tutte le situazioni sono “normali” in partenza (direi, allo stesso livello); la classificazione di questi atteggiamenti e situazioni è frutto di un imprinting culturale successivo (principalmente basato sul pregiudizio e sulla violenza impositiva di un pensiero dominante), che non si può pretendere esclusivo ne imposto da chiccessia. Concetti banali, e doverosi in democrazia.

In questo senso la comunicazione è sempre stata democratica, sdoganando gli atteggiamenti e combattendo le ottusità.

02.24.06

Puntata n° 2 del buon lavorare

Posted in spunti at 0:09 by Sebastiano

Povero compagno, da egli pretendiamo senza dare, senza informare, senza dichiarare dove vogliamo andare a parare; talvolta addirittura senza nemmeno chiedere.

Povero partner, egli vorrebbe accontentarci e anticiparci ma le nostre capacità di condivisione sono futilmente scarse: tutti i dati non strettamente indispensabili non vengono divulgati. Spesso è l’agenzia stessa a non voler parlare troppo del suo cliente, perché altrimenti chissà quali segreti socialmente pericolosi potrebbero divenire di dominio pubblico (che l’agenzia X lavora al progetto Y per il cliente Z, terribili rivelazioni insomma…). Chi non segue questa prassi capisce subito che sarà sempre e puntigliosamente ripreso dall’interno dell’agenzia stessa.

Provero fornitore, che vorrebbe fornire un servizio dotato di valore aggiunto ma è frustrato nella sua speranza; non può dispiegare una consulenza di valore perché chi deve agevolarlo (anche a proprio beneficio, nell’ottenimento di un feedback di valore) si rifiuta di farlo spesso e volentieri senza una motivazione intelligente da addurre.

Batta un colpo chi non ha mai trattato in tal maniera con un partner (non per forza lavorativo); si penta e giuri di non rifarlo chi invece l’ha fatto. Avete fatto un pessimo servizio a tutti, ma prima di tutto a voi stessi, e avete contribuito a generare quel metodo di lavoro, tanto diffuso nel mondo pubblicitario, che vede i diversi attori/partner coinvolti in un progetto fornire soluzioni sbagliate a problemi posti superficialmente (per i farlocchi problemi di riservatezza di cui sopra).

C’è caso e caso, ovviamente, ma la maggior parte dei casi vissuti mi dice che non c’è motivo di condividere con fiducia informazioni preziose, anche se vanno oltre quelle strettamente indispensabili, per ottenere un feedback migliore e magari far nascere nel nostro “fornitore” un’idea, uno spunto, che può far la differenza.

Non finirò mai di pensare (e dire) che ogni persona non nasce per fare “il compitino” ma per spostare, anche di poco, un limite in qualche campo. Poi, per svariati motivi – tra i quali i più dannosi sono la ricerca di un superficiale quieto vivere e il rapporto di convenienza tra sforzo/beneficio che spesso va a favore della mediocrità (nel senso che si accetta un beneficio medio-basso, pur di minimizzare lo sforzo) – molti sopprimono questa “pulsione basilare”…ma questo sarebbe un altro discorso, oltretutto piuttosto lungo da affrontare in questa sede.

Vedi la puntata n° 1.

02.23.06

Sito non raggiungibile

Posted in news at 23:29 by Sebastiano

Sono pure in anticipo…
Provare per credere.

Se non hai capito cosa significa, clicca qui.

Mi chiedo solo quanta tassazione (in percentuale) lo stato esigerà per sbloccare la situazione. Più o meno del 58,5% di tassazione sui tabacchi lavorati?

02.21.06

Lavorare…e farlo bene

Posted in spunti at 12:05 by Sebastiano

Ritorno su un punto a me caro…la qualità dell’ambiente di lavoro, dove per qualità intendo la possibilità di sviluppare potenziale innovativo.
A volte ho l’impressione che la “strutturazione” di un luogo di lavoro porta con sé anche una burocratizzazione dei rapporti (che parolaccia…lo so); sarà che l’agenzia dove lavoro ha inserito, negli ultimi sei mesi, diverse nuove risorse (anche in posti chiave, come la direzione commerciale), ma ho notato che la prima cosa che salta in mente ai più, quando un collega (magari un amato/odiato commerciale) arriva chiedendo qualche spunto per un progetto, è quello di pararsi le terga da un lavoro che si ritiene “scomodo” o che non si approva perché si è sempre fatto in un modo e non si vuole valutare qualcosa di diverso.

Non pretendo l’approvazione a priori, ma che quel “qualcosa di diverso” sia – ogni tanto – preso in considerazione senza pregiudiziali; onestamente, e lo dico sul serio, il tempo per ragionare e considerare le cose da un altro punto di vista non ci manca…e se ci dovesse mancare allora significa che stiamo perdendo l’opportunità, importante, di pensare anche a noi stessi.

La strutturazione di un luogo di lavoro – che magari fino al giorno prima è stato de-strutturato – si dimostra un’arma a doppio taglio se qualcuno pretende che la sua idea pesi più di quella degli altri…rifiutando perciò di capire gli altri. L’azienda così si struttura intorno alla conservazione anziché all’innovazione.

02.16.06

Uno scenario…”fascinante”

Posted in media landscape at 0:01 by Sebastiano

In questi giorni mi sto occupando di dare una bella revisione al cosiddetto “media landscape”, documento (spesso di importanti dimensioni) che raccoglie tutte le informazioni possibili e immaginibili relative allo scenario dei mezzi di comunicazione nel proprio paese (nel mio caso ovviamente relativo alla comunicazione online). Quest’attività mi sta permettendo di dare una compiutezza logica ad alcune sensazioni che percepivo sommessamente da qualche tempo:

  • checché se ne dica, alcuni indicatori sono piuttosto stagnanti; ad esempio il numero di navigatori rilevati da Nielsen Netratings oscilla di circa sei mesi intorno alla cifra di 17 milioni – quasi come se avesse raggiunto una saturazione che ovviamente non c’è – ed il tempo medio di navigazione è di meno di 30 minuti al giorno
  • il numero di connessioni a banda larga (7 milioni, come rilevato da Doxa e Digital Magics nella ricerca BroadBandPeople presentata pochi giorni fa) sembra scontrarsi con il limite fisiologico dovuto alla scarsa copertura territoriale fornita dall’incumbent. Sono pronto a scommettere che questo fatto influenza in maniera limitativa il tempo medio di navigazione. Il primo pregio dell’ADSL è il fatto di introdurre l’abitudine all’always on (anche se in Italia sono riusciti a fare ADSL a tempo…no comment);
  • prosegue la polarizzazione del web intorno all’universo maschile; anche se le donne online sono cresciute fino al 40%, la Rete italiana continua ad essere concettualmente maschile, tant’è che le donne online sono comunque meno attive della loro controparte (29,8% naviga tutti i giorni, contro il 39,8% degli uomini) e anche la qualità delle attività che svolgono una volta connesse dimostra un’atteggiamento che si può interpretare come disaffezione al mezzo: tutti gli indicatori sottolineano che le donne sono meno attive quando si tratta di ricerca informazioni, acquistare beni o servizi, utilizzare servizi online come quelli di banking;

Questi sono segnali che non esisto a definire indici di lieve depressione del mezzo Internet; è come se ci fosse qualcosa a livello normativo e anche a livello economico/imprenditoriale che fa da tappo all’emergere di un fenomeno pronto a presentarsi nella società. Peccato, perché i segnali delle potenzialità di questo fenomeno ci sono tutti: da una ricerca di Gfk Eurisko sembra infatti emergere un certo effetto sostituzione di Internet rispetto ad altri media (in particolare la stampa come fonte informativa e di orientamento agli acquisti) e anche un effetto di contrapposizione del mezzo TV rispetto ad Internet (non sono mezzi facilmente utilizzabili in maniera congiunta, a differenza ad esempio del binomio internet+radio) nel quale è il primo a soccombere, seppure lievemente. Il tempo di fruizione della TV è in calo per quegli utenti che hanno iniziato ad utilizzare internet.
Più di questo però ci sono alcuni fatti “sociali”:

  • l’attribuzione di un ruolo di centralità di internet nella vita di chi è già utente di questo “mezzo” l’ha già adottato; è un dato abbastanza lampante che fa riflettere sulla intrinseca potenza, rilevata da tutti coloro che hanno superato le resistenze iniziali, della Rete;
  • la “dispositività” di uno strumento che permette, oltre alla raccolta di informazioni, di disporre interazioni, risposte a stimoli e, sebbene in un ambiente virtuale, intraprendere azioni con effetti reali;
  • la rappresentazione della Rete come mezzo di comunicazione sta diventando decisamente “stretta”: non si tratta più di un canale tramite il quale acquisire informazioni ma di una serie di dispositivi reali attraverso i quali agire, vivere esperienze, costruire realtà sociale;
  • il modello sociologico tipicamente attribuito ai mass media, ovvero la teoria delle aspettative sociali (secondo la quale, per semplificare, i mass media rappresentato modelli culturali che diventano dispensatori di indicazioni sul comportamento da tenere nel proprio gruppo e informatori su come i membri del gruppo si comportano nella realtà), si tramuta in qualcosa per cui il mass media (quale Internet è in un certro senso) non è solo dispensatore di seduzioni esterne (quali i modelli ed il senso di appartenenza legato alla loro emulazione) ma strumento per la produzione di fascinazioni (consapevolezza della capacità di autodeterminazione, senso di efficacia) in grado di contaminare la realtà “oltre lo schermo”;

Alcune fonti di dati:

02.13.06

Inibizione all’accesso…

Posted in news at 18:08 by Sebastiano

…alla fine sembra che la attueranno, verso i siti di scommesse online che non hanno un’autorizzazione esplicita ad operare sul territorio italiano. Nell’elenco(pdf) dei siti che da mezzanotte del 24 febbraio saranno “inibiti” compaiono, accanto a siti del tipo “casinò online” tranquillamente assimilabili – in quanto a trasparenza – a quelli che propinano dialer di soppiatto, siti web di operatori che operano in totale trasparenza con sede legale in paesi che NON sono Malta o le Falklands (ad es. vi sono molti siti basati in UK); perché fare tutta questa confusione tra operatori molto diversi in quanto a policy non è chiaro, forse non è chiaro nemmeno a chi ha redatto la lista di siti da oscurare (pardon, da inibire). Direi che tutto sommato non mi sento tutelato da chi, con la scusa di tutelarmi, limita le possibilità di scelta.

02.11.06

C’è una nicchia la fuori?

Posted in spunti at 18:52 by Sebastiano

Nicchia, luogo dove stare protetti e comodi, posto tranquillo e indisturbato…nicchiare, proteggersi, innalzare barriere all’ingresso…

C’è tutta una terminologia “markettara” che, a fianco del gergo militaresco (aggirare, accerchiamento, terreno di scontro), non fa altro che parlare di ricerca di vie di fuga. E’ il vecchio concetto della nicchia di mercato: se un tempo la sua ricerca significava la ricerca di una specializzazione in grado di fornire all’azienda un vantaggio competitivo, oggi sembra sia la ricerca di un luogo dove si debba fare il minimo indispensabile per sopravvivere tranquilli (vivere di rendita, anche senza strafare).

Non avevo mai pensato che la strategia di marketing dei timorosi (quelli che non fanno mai un passo in avanti e non inventano mai nulla) fosse iscritta nel lessico del marketing, o almeno in una sua interpretazione.

Cosa ne consegue? Che una buona regola per far uscire allo scoperto le energie inaspettate (nel lavoro e non solo) è l’abolizione del gergo isolazionista e timoroso.

E’ una tendenza attuale, d’accordo, quella della ricerca del rifugio, l’isola felice, uno spazio dove collocarsi in attesa che la situazione internazionale si sistemi (sotto tutti i profili, quello economico, quello sociale, quello politico); è una tendenza, è una tentazione.
Rifugiarsi in uno spazio isolato o stare al proprio posto è anche una cattiva abitudine, insegnata fin dai primi giorni di scuola: stai al posto tuo è starai tranquillo.
Si insegna ad essere nella media, a seguire uno standard organizzativo esogeno, a non uscire con idee balzane che disturbano; il bello è che poi si pretendono imprese fiorenti, mercato dinamico e quant’altro…impossibile.

Non voglio però negare l’importanza di ogni esperienza formativa: è vero che c’è un tempo per imparare, avere metodo e rigore; c’è un tempo per lasciarsi travolgere ed assorbire – più che rifiutare o fronteggiare – i cambiamenti esterni. La metafora potrebbe essere quella del “tutt’uno”; se sei tutt’uno con lo scenario che evolve, non hai bisogno di difenderti dal cambiamento; sarebbe come volersi difendere da se stessi.

Mi rendo conto di avere, in questo post, mescolato i piani: pubblico e privato, impresa e persona, economia e società. Sono partito dal molecolare, il gergo tecnico degli uomini di marketing, per aprirmi ad un’impostazione generale.
Il significato generale è che non c’è più nicchia o protezione in grado di reggere a lungo: lo scenario è quello di un deserto in continuo cambiamento per l’effetto dei venti.

02.08.06

Ok, il prezzo è giusto

Posted in news at 21:56 by Sebastiano

…mi scusino, è stata troppo forte la tentazione del subject ;-) .
L’Intesaconsumatori insieme al Ministero per le Politiche Agricole ha presentato il servizio “SMS Consumatori“; da oggi è possibile inviare ad un centro dati un messaggio SMS contenente il prezzo di un prodotto ortofrutticolo e ricevere in risposta il prezzo medio relativo ad ogni macro area geografica (nord, centro, sud).

Dopo aver pensato, per qualche centesimo di secondo, che finalmente (e stranamente) un’autorità statale si era dimostrata attenta e attiva rispetto novità, presentando un servizio paragonabile ad uno di “shopping comparison”, sono prontamente giunto alla conflusione che un servizio del genere non serve a niente; al consumatore non interessa il prezzo medio in astratto (che in quanto tale è il risultato di un calcolo fatto su diversi valori, senza tuttavia rappresentare nessuno di questi) ma dove e quando si può comprare a meno, oppure comprare più qualità allo stesso prezzo.

La cosa più interessante è pero il seguito: se il consumatore trova un prezzo superiore alla media, può procedere alla segnalazione, sempre via SMS, del punto vendita “colpevole” di aver praticato quel prezzo, facendo scattare addirittura controlli fiscali da parte della Guardia di Finanza. A parte che non capisco il legame tra prezzo “alto” ed evasione fiscale (il tutto suona come  un meccanismo occulto per calmierare i prezzi con una forma di intimidazione nemmeno tanto velata verso i commercianti), l’unico “beneficio” per il consumatore è quello di poter farsi giustizia da se (come un’altra legge, ben più grave, approvata di recente) denuciando seduta stante al negoziante/commesso che il tal prezzo medio di mercato, certificato non si sa bene da chi, è migliore del suo (pare che la rilevazione sia effettuata quotidianamente da 44 rilevatori su 1700 punti vendita, ovvero ogni rilevatore copre circa 38 tra supermercati, dettaglianti e mercati rionali, non si capisce bene se quotidianamente o no!!!).
Vagli tu poi a spiegare, al giustiziere di turno, che la media è il risultato di prezzi alti e prezzi bassi; è evidente che la tecnologia, così usata, non è sufficiente a rendere intelligenti, o ricchi di valore aggiunto, dei servizi che non lo sono/non ne hanno.
..ne tantomeno serve a rendere più furbi i consumatori o aumentarne il potere contrattuale.

02.05.06

Pay-to-mail

Posted in comunicazione digitale at 18:53 by Sebastiano

E’ dall’inizio del nuovo anno che ho notato una cosa: una crescita notevole della quantità di posta indesiderata nella mia casella e-mail.
Non so se sono stato fortunato fino ad oggi (ma il mio indirizzo è sempre stato pubblico, ovvero esposto presso siti web come questo blog), oppure se effettivamente l’Europa, e l’Italia in particolare, sta sperimentando – in controtendenza con gli Stati Uniti – una crescita del fenomeno spam.

A questo proposito, secondo un articolo del New York Times, AOL e Yahoo! starebbero valutando di introdurre un servizio di e-mailing a pagamento per cui, elargendo una somma di 1/4 di cent di dollaro (0,0025) per e-mail si ha la garanzia di un canale preferenziale per la consegna del messaggio (in sostanza si saltano i filtri anti-spam). Va sottolineato che questo sistema funzionerebbe “in entrata”, ovvero se qualcuno deve spedire un messaggio ad un account di AOL o Yahoo! e vuole il canale preferenziale di cui sopra, allora paga; ma se da AOL o Yahoo! vuole comunicare verso account residenti presso altri provider, potrebbe continuare a farlo indiscriminatamente.
Detto ciò, è questa una soluzione efficace per combattere lo spam?

Di sicuro c’è un problema molto serio oltre allo spam, legato alle e-mail e che ne limita l’utilizzo da parte dell’utenza meno abituata alle tecnologie: il rischio percepito di poter raccogliere non solo spazzatura pubblicitaria, ma anche virus e software maligno (come testimonia il caso di kamasutra, il virus, e quanto accaduto al comune di Milano – mi chiedo se i 30 milioni di euro in IT spesi ogni anno siano stati spesi bene)

A mio parere però la mossa di AOL e Yahoo! non sarebbe motivata dal persistere del fenomeno spam, quanto da ragioni più pragmatiche. I grandi provider al giorno d’oggi forniscono caselle e-mail di grande capienza (trend lanciato da Google con Gmail) per le quali non percepiscono alcun introito diretto (solo indiretti, dall’advertising); le caselle e-mail diventano un costo quando ricevono grandi quantità di messaggi…e più ne ricevono, più costano al provider.
Chi è causa di costi è quindi chi spedisce messaggi, non chi li riceve, per cui il provider decide – in coerenza con questo ragionamento – di “tassare” questi soggetti.

Ciò potrebbe essere particolarmente vero con la diffusione della banda larga, da cui consegue la possibilità di inviare (anche grazie alla mancanza di limiti da parte dei fornitori di caselle e-mail) messaggi con file allegati di grosse dimensioni. Certo se il ragionamento è questo, fossi in AOL e Yahoo! farei una distinzione tra comunicazione ordinaria, gratuita e senza limiti, e comunicazione straordinaria (con allegati pesanti o altro), a pagamento per il mittente. Dopotutto l’idea di farsi pagare da chi sfrutta le risorse altrui inviando file di grosse dimensioni non è sbagliata, purché si dimostri in grado di educare ad un utilizzo più razionale della posta elettronica (decisamente non nata per inviare grossi documenti) e magari spingere servizi a valore aggiunto per l’immagazzinaggio e la condivisione di grossi file (il cosiddetto “digital storage”).

02.04.06

Questioni di stile…

Posted in spunti at 17:29 by Sebastiano

Una frase pronunciata a cuor leggero da una collega:
“E’ incredibile, i nostri account fanno gli stessi errori di cui – loro stessi – si lamentano quando a farli sono i nostri clienti”.
Una frase detta a cuor leggero che ha riaperto una questione, che riassume bene il senso di riproduzione di certi automatismi gestionali: la persona che riproduce le “ingiustizie” che gli cascano dall’alto verso chi sta in basso.
La persona che, diventata responsabile, anziché cambiare lo stile gestionale che ha subito fino al giorno prima (che esclude la condivisione delle informazioni e delle decisioni), ne riprende appieno le caratteristiche perché, più o meno inconsciamente, è il momento per lei di godersi qualche privilegio decisionale.

Penso invece che dovrebbe essere sempre lasciato spazio, non a parole ma con “puri fatti”, a idee diverse, anzi andrebbe stimolata la proposizione da parte di tutti i collaboratori ad un progetto, con l’unico obbligo – da parte del “responsabile” – di garantire un coordinamento di base: il ruolo del responsabile non è affatto quello di prendere decisioni, bensì quello di coordinare altri decisori, altre decisioni, altre persone in grado di pensare e proporre…messe lì apposta per questo. Un abilitatore insomma…