01.28.06
Google becomes rich…
…no, non mi riferisco alla capitalizzazione di borsa o ai patrimoni personali (alquanto ingenti, gaudio loro) di Page & Brinn; mi riferisco a rumors (rivelati da Jensense) secondo i quali Google avrebbe iniziato a contattare alcuni editori per la sperimentazione di formati quali overlayer, interstitial, floating ads…quindi rich media.
Ciò naturalmente andrà ad interessare quei siti web che fanno parte del network di site targeting di Google; si potrà vedere quindi allargata l’offerta oltre i 5 formati tabellari attualmente disponibili, se i test diverranno operativi su larga scala.
Se ciò fosse confermato, si potrebbe dire che Google prosegue sulla strada di smentire se stesso: è chiaro che sia i formati tabellari già in adozione presso gli editori del network AdSense sia l’eventuale novità dei rich media, contrastano con l’idea da cui è nato AdWords, quella di permettere una comunicazione contestualizzata e basata sulle performance; i 5 formati tabellari del network AdSense (il già citato site targeting) avvicinano infatti Google a un’editore qualsiasi che gestisce gli spazi pubblicitari di un network di siti, permettendo all’inserzionista di scegliere su quali apparire in base all’affinità (argomento trattato, ecc.).


01.23.06
L’azienda può/deve fare a meno dell’agenzia?
…ovviamente sarei un pelo di parte se rispondessi alla domanda posta nel titolo (per la cronaca e per chi non sapesse, lavoro in un’agenzia/centro media); è il modello pubblicitario introdotto da Google adWords qualche anno fa, a far emergere questo quesito. Secondo questo modello, per quanto applicato ad una nicchia del mondo pubblicitario, il ruolo dell’agenzia è marginalizzato dalla struttura stessa del servizio: un servizio di advertising contestuale che presuppone, da parte di chi lo attua, una profonda conoscenza del business e degli obiettivi di marketing…tutte informazioni che le aziende italiane sono riluttanti a condividere anche con i loro consulenti di comunicazione.
A ciò si aggiunge il fatto che realtà come Google (e in parte anche i suoi concorrenti) sembrano strutturarsi per seguire direttamente il cliente finale, saltando l’agenzia.
Se poi vedo Google che acquisisce un’azienda specializzata in pubblicità radiofonica (DMarc Broadcasting), peraltro un’azienda, quella acquisita da Google, interessantissima perché offre servizi che permettono di gestire una campagna via radio con una flessibilità analoga a quella offerta dagli adserver per le campagne online: vale a dire caricamento della campagna da remoto – niente più spedizioni di supporti fisici – possibilità di scegliere i posizionamenti in maniera flessibile – così come gli adserver permettono di scegliere i posizionamenti di una campagna online fino al singolo sito – misurabilità del numero di volte nelle quali lo spot radiofonico è stato riprodotto – analogo al dato sulle impression per banner e altri formati grafici).
Digressioni a parte, è chiaro che uno strumento di tale flessibilità , così come AdWords o la pubblicità sui network di affiliazione (Zanox e Tradedoubler) si prestano ad una gestione diretta del cliente con il supporto dell’azienda che gestisce tutto il sistema (Google e co.); in questo contesto una parte significativa del lavoro svolto da centri media e agenzie di comunicazione interattiva perde di senso: mi riferisco a tutta l’attività di contrattazione/media buying.
Ai centri media “puri” rimarrà quindi ben poco da fare in questo campo, dal momento che il loro modello di lavoro è strettamente legato al media planning e all’acquisto spazi (a meno ovviamente di non introdurre divisioni “brand new” dove la mentalità e l’organizzazione del lavoro in stile “centro media” non entrino nemmeno di striscio), mentre per le realtà come le agenzie e le società di consulenza può esserci ancora spazio per quanto riguarda il supporto alla strategia di comunicazione online: per fare ciò queste realtà devono essere un passo avanti rispetto ai clienti nella consapevolezza sull’uso degli strumenti di contextual advertising e sulla pubblicità interattiva in generale (banale, quantomeno come concetto), e devono nel contempo avere il coraggio di chiedere ai clienti quali sono i loro obiettivi di marketing (e se non li hanno definiti, guidarli anche in questo lavoro)…in modo da poter creare veri piani strategici…e non documenti strategici (come ho visto fare) nei quali non v’è traccia di strategia.

01.08.06
Qualcuno mi spiega…
…perchè dovrei andare qui anziché su google.it (o meglio ancora utilizzare una toolbar integrata in Firefox o Internet Explorer)?
Parliamo quindi di personalizzazione del motore di ricerca; nel caso di Dell sembra più un’integrazione della maschera di ricerca “base” all’interno di una pagina costituita da contenuto editoriale di vario genere (news, meteo, ecc…) e da link ad offerte commerciali del produttore di PC e periferiche; naturalmente il suo scopo è quello di fare da home page di default nei pc di Dell…perché se il pc di Dell ancora non ce l’ho, ma lo voglio, vado direttamente sul sito del produttore (non avrebbe nemmeno senso andare su Kelkoo o simili, dal momento che si sa Dell vende direttamente). Buono quindi per far scoprire a chi è già cliente Dell l’esistenza di altre offerte…in particolare penso alle periferiche (stampanti, ecc…).
La home page permette anche di integrare il feed legato alla propria casella GMail…ma perché non permettere di personalizzarla ulteriormente…magari con un banale questionario in fase di registrazione (del pc – la famosa procedura di registrazione presente su ogni pc con sistema operativo pre-installato) che permetta di legare il proprio account Google personale con il proprio account Dell (se si acquista online, ed è il metodo migliore per farlo con Dell…dal momento che vendono direttamente, si dispone anche di un proprio account nel quale ovviamente sono registrati i prodotti acquistati/posseduti, la lista dei desideri, oltre a una piccola manciata di dati personali – provenienza geografica ecc…); in tal modo Dell potrebbe personalizzare il contenuto della home page in base ai prodotti posseduti dall’utente oppure ricordargli quando una promozione su un prodotto nella “lista dei desideri” sta per scadere.
01.02.06
Risoluzione per il 2006
La mia risoluzione per il 2006 (prendo spunto da Dotcoma) è, per quanto riguarda il lavoro, la seguente:
La chiarezza nella definizione dei target (obiettivi di marketing e comunicazione) con i clienti: la comunicazione, in particolare quella basata su performance, è decisamente controproducente quando l’agenzia non sa guidare il cliente nella definizione degli obiettivi.
Ho visto diversi casi nei quali l’obiettivo di comunicazione non è stato definito con il cliente e per il cliente (vale a dire condividendo i suoi obiettivi di marketing) ma è stato proposto/promesso dall’agenzia sulla base di performance storiche di campagne analoghe (ad esempio un obiettivo promesso in fase di definizione strategica è che con tot. euro di investimento online si possono ottenere tot. click, tot.impression – quindi visibilità – e tot. utenti che lasciano i propri dati personali – utenti registrati – con un costo per registrato che rientra in una presunta media di mercato). Ciò non è corretto perché oltre a non tenere conto dei bisogni del cliente – non è detto infatti che i target giudicati conseguibili da una campagna online sulla base dello storico di altre campagne siano quelli di cui ha bisogno il cliente – espone il lavoro di media planning a parametri di valutazione esclusivamente di costo (cost per click, cost per impression, cost per action).
Attenzione: non sto negando l’importanza della comunicazione a performance.
Sono dell’opinione che anche le agenzie di comunicazione possano lavorare a performance, purché queste non siano le vendite (e-commerce), sulle quali incidono troppe variabili indipendenti dal lavoro dell’agenzia – prima fra tutte la bontà del prodotto; personalmente mi da molta soddisfazione quando viene definito un target di “action” (registrazioni, richieste di informazioni) insieme al cliente, quando il cliente viene sensibilizzato sul valore strategico di ciò che il media plan gli sta portando (e non esclusivamente su un cost per action particolarmente basso).
Ciò che intendo dire è che va rivalutato il momento di definizione strategica del progetto di comunicazione, nel quale l’agenzia deve dimostrare al cliente attenzione anche per i suoi obiettivi di business e la conoscenza (cd. expertise) del suo mercato di riferimento.
Il cliente, dal canto suo, deve essere disponibile a condividere gli obiettivi del suo marketing plan con l’agenzia, anche perché così si risparmia (ad es. in fase di gara tra agenzie) di vedersi sottoporre una serie di proposte inadeguate.
Technorati tags: risoluzioni, obiettivi, 2006.
12.26.05
Mashup per tutti
Mashup, per chi ancora non ne ha sentito parlare, è un termine derivato dal mondo della musica, nel quale designa un genere musicale di canzoni composte utilizzando parti di diverse canzoni.
Nell’Internet indica invece la fusione di diverse fonti informative – l’esempio più classico sono i mashup tra Google Maps e altre fonti, come le aste su Ebay, i database di offerte immobiliari o le news – in modo tale da creare una nuova “vista” di ciò che già è online.
Mashup è ormai un termine in voga, insieme ad Ajax e a Web 2.0, ma in realtà è solo un tool che viene usato, nella maggior parte dei casi, per scopi utili (quelli sopra citati); accanto a questo utilizzo i mashup rappresentano, a mio modo di vedere, anche l’attitudine “culturale”, non propriamente colta dal mondo dell’informazione “mainstream”, di trovare nuove strade “post-post-fordiste” di auto espressione e di fusione di generi, nonché di ricerca di una socialità diffusa e trasversale rispetto alle strade e ai luoghi “psico-geografici” che la quotidianità in qualche modo impone di frequentare.
Ciò non è stato propriamente colto dall’informazione e quindi sembra una novità , ma in realtà non lo è…è un lungo processo nato dalle comunità virtuali, quindi da un bel pò di tempo; una realtà della quale parla ad esempio Howard Reinghold su Smart Mobs.
Nel mondo della comunicazione e della pubblicità , sempre pronto ad assorbire tendenze, quella del mashup può essere una tendenza che porta il messaggio a slegarsi dal medium (ovvero dalla forma rappresentativa) per essere plasmabile ad opera dell’utente finale (il destinatario) e in ogni caso progettato in modo da assumere diverse forme in base al contesto anziché al medium.
Questo è ciò che vorrei vedere (e che ritengo abbia anche un valore strategico e di marketing), per uscire dalla rigidità e dalla iniquità della comunicazione di cui si dice sempre “il 50% dell’investimento è sprecato, ma non si sa quale 50%”, perché ritengo che non abbia molto senso ragionare per compartimenti chiusi, corrispondenti ai diversi mezzi di comunicazione – sistema di lavoro che comprende anche l’organizzazione di agenzie e centri media (ma non so se questa è una concausa o la conseguenza di una forma mentis a mio parere sbagliata).
Technorati tags: mashup, online marketing.
12.09.05
Previsioni provvisorie
Ogni tanto mi chiedono, in maniera informale, di fare delle previsioni su quanto accadrà in futuro nello scenario dell’advertising on-line. Io, in maniera altrettanto informale, rispondo con delle “previsioni provvisorie”, senza pretese di verità , che in futuro:
- ci sarà una notevole riduzione dei formati pubblicitari “tabellari” (banner, pop-up, box e bottoni);
- verrà razionalizzato lo spazio pubblicitario a disposizione sui siti: negli ultimi due anni la crescita è stata caotica e tutti si stanno rendendo conto che non si fa un buon servizio all’investitore posizionando svariati formati sulla stessa pagina. Credo che verrà posto un tetto alla presenza di formati sulla stessa pagina: diciamo max. 2. Questi formati rimarranno molto utili a supporto di iniziative speciali di durata limitata (come quelle per il lancio di prodotti, che per loro natura non possono durare più di qualche giorno) se posizionati in maniera sapiente;
- siti web e portali tenderanno a privilegiare la vendita a spazio fisso; non più quindi vendita di tot impression o tot click ma acquisto di pacchetti per giorni/settimane/mesi, con magari la possibilità di acquistare solo una determinata fascia oraria;
- le iniziative speciali, quali la personalizzazione di home page in occasione di eventi speciali (prime visioni di film, lancio di videogiochi o consolle), aumenteranno perché ormai il target di navigatori è abbastanza maturo e numeroso da essere considerato centrale quando si vuol far conoscere un nuovo prodotto (non siamo più “marginali);
- i formati video, a mio parere, non sfonderanno più di tanto se verranno usati come formati tabellari (cioè incasellati nella tal o talaltra home page, come ad esempio sta facendo Lavazza su Repubblica); discorso diverso se il video è usato per veicolare brand experience (come sta facendo sempre Lavazza, con Carmencita), ma questo, non a caso, non è un uso tabellare del video bensì un uso “virale”;
- subentreranno nuovi spazi per iniziative sul mobile in co-brand con le compagnie telefoniche, e su Internet nuovi spazi per iniziative co-brand tra inserzionista in diretta collaborazione con l’editore;
- l’advertising contestualizzato, oggi rappresentato in maniera preponderante dal keyword advertising e limitato perciò al web, si espanderà su tutti i device (mobile, TV, outdoor “digitale”, radio broadcasting sempre digitale, hotspot wi-fi e bluetooth, ecc…), coinvolgendo quindi non più solo Internet e PC ma l’intera esperienza quotidiana di una persona; in questo senso la pianificazione mezzi verrà soppiantata da un lavoro più ampio di pianificazione del mezzo e contestualizzazione del messaggio, ovvero di scelta del mezzo e della comunicazione in funzione del contesto/attimo di fruizione del messaggio pubblicitario;
- nel medio/lungo termine quindi verrà ridimensionato il ruolo della comunicazione “ad impression” con il conseguente trasferimento dei budget verso forme integrate di comunicazione aziendale e di prodotto, come quella che sta facendo Nokia per il suo N90 (coinvolgendo ad esempio la blogosfera);
Technorati tags: online advertising, contextual marketing, futuro.
12.07.05
Fan 10 milioni di impression…lascio?
Nell’ambito professionale del media buying vige ancora, troppo spesso, la prassi di comprare spazi “al chilo”. Ciò accade anche nell’online media buying, e se posso dire, è ancora più grave perché il web ed il direct e-mail sono veicoli che meglio di altri si prestani al perseguimento di obiettivi strategici e di performance.
La tendenza che ho rilevato è, in parole povere, quella di valutare l’impatto di un formato pubblicitario in funzione dell’area di schermo che occupa: per la precisione sto notando, sia tra chi vende spazi, ma anche tra chi compra (e questo è particolarmente preoccupante), la tendenza ad equiparare formati simili per dimensioni (ad esempio un box 300 x 250 con un pop-under 350 x 350), come se fossero la stessa cosa. In particolare ciò avviene quando il box viene venduto ad un CPM superiore del pop-under (alcuni lo vorrebbero allo stesso prezzo del pop-under, perché tanto “sono uguali”).
Non vorrei entrare troppo a fondo in dettagli “tecnici” sul media-buying (che forse possono anche annoiare qualcuno), però mi limito a sottolineare che il box è una posizione ben più visibile di un pop-under che, una volta chiuso, svanisce.
Ciò che mi premeva sottolineare è che questo tipo di prassi nel media buying non tiene affatto in considerazione gli aspetti strategici legati alla comunicazione. Non è che una cosa vale l’altra, in funzione del prezzo che fa la concessionaria; bisogna cercare di stabilire a priori, in funzioni degli obiettivi del cliente, quali sono i formati idonei, e cercare di affermarli fino in fondo al processo di creazione del piano di comunicazione.
Per favorire questa prassi e aiutare il planner nella giustificazione delle proprie scelte, farebbe molto comodo avere a disposizione informazioni più serie e concrete sulle performance dei formati da parte delle concessionarie. Spesso editori e concessionarie propongono informazioni vaghe, dimostrando di non tenere in considerazione lo storico delle performance realizzate.
Il mestiere del media planner è estremamente appassionante, soprattutto quando ci si deve ingegnare sulla gestione economica da tradurre in buona e utile comunicazione (magari vincolata a performance), ma ciò non può prescindere da
- criteri di razionalità (senza approssimazione) nell’attribuzione del pricing ai diversi formati;
- ricerca dell’impression/click di qualità , rapportato agli obiettivi del cliente, da parte delle agenzie di pianificazione;
Technorati tags: online advertising, media planning, media buying.
11.27.05
Generiamo valore…sempre
Da qualche hanno ho fatto mia l’idea che le persone generano valore non solo quando sono strettamente impegnate su un compito “produttivo” (lavoro, professione, hobby). Anche nell’ozio o nell’attività non strettamente legata alla produzione di un bene (tangibile o intangibile) si genera valore. Da questo derivano due livelli di pensiero:
- nell’organizzazione lavorativa: è indispensabile riconoscere che anche i momenti di improduttività , nel senso materiale del termine, possono essere (se letti in un’ottica a lungo termine), molto produttivi. Anzi…è l’ozio creativo, quell’attività di approfodimento e curiosazione libera dalla pressione di produrre, a permettere la nascita di nuove idee. E’ ovvio che ci vuole comunque un equilibrio in questo…
- nella vita privata: anche qui è indispensabile riconoscere che le persone, e in particolare la loro attenzione, oggi sono il fulcro della generazione di valore. Ne hanno poca considerazione le aziende, forse ne hanno ancora meno le persone; manca la consapevolezza di poter controllare, con l’indirizzamento della propria attenzione, la direzione generale delle cose che ci circondano. Per capire qual’è l’importanza dell’attenzione, prendiamo spunto (non per replicare) dal modo in cui l’informazione giornalistica in Italia devia l’agenda delle cose importanti su temi secondari…e sposta l’attenzione su fatti non realmente cruciali.
A questo proposito, Internet crea una maggiore consapevolezza riguardo al comportamento e all’indirizzamento dell’attenzione. Ricordo ancora perfettamente (anche perché non è passato moltissimo tempo) del rumore che ci fu quando divenne di pubblico dominio la possibilità di tracciare le navigazioni tramite cookies. Mi ricordo ancora quando fu lanciata la prima connessione dial-up, le paure che il provider potesse offrire connessione gratuita per rivendere senza consenso i dati di navigazione (e le preferenze, nonché i dati sensibili) dei navigatori.
E’ in corso un tentativo di indirizzare questa consapevolezza a fini, tra gli altri, commerciali.
Proprio in questi giorni stavo approfondendo la conoscenza di AttentionTrust, organizzazione no-profit che promuove i diritti degli “attention owners”; la loro tesi è che il navigatore è proprietario della propria attenzione (e fin qui…tutto bene), perciò deve poterla innanzitutto monitorare per decidere come le informazioni sulle sue abitudini di navigazione possono essere usate. Per questo è a disposizione sul loro sito un “attention recorder” (plugin per Firefox) che memorizza le navigazioni e permette di scegliere se condividerle o meno con degli operatori “approvati” da AttentionTrust stessa.
Tra questi operatori c’è Root, una startup che si qualifica come il primo (secondo le loro parole) “market exchange for the pricing and exchange of realtime consumer data”. Root fa molta leva sul concetto di “trusted participation”, per cui il navigatore diventa prima di tutto consapevole dell’importanza della propria attenzione e poi sceglie liberamente se cederla (venderla) alle aziende che la richiedono.
Le aziende dovrebbe essere attratte dalla possibilità di acquistare leads certi(persone intenzionate all’acquisto) all’interno di un mercato di scambio unico, al contrario di quello che avviene acquistando una pianificazione media su Internet, dove si acquistano leads non certi da diverse fonti, di qualità spesso poco verificabile.
Oggi è già disponibile Root/Vault, l’applicazione per il monitoraggio e la conservazione dei propri dati di navigazione; seguiranno le applicazioni lato investitore, per l’individuazione e l’acquisto dei leads. Personalmente credo che proverò il sistema, quantomeno per capire come vengono monitorati i miei dati…e che livello di controllo effettivo vi potrò esercitare.
Technorati tags: behavioral marketing, data mining, attention trust.
11.23.05
Scelte politiche…
Dopo aver comunicato le novità (positive) nello scorso post su Google, vorrei segnalare alcuni spunti sulle loro politiche per il futuro; alcune “scelte politiche” comunicano, più o meno implicitamente, l’intento di allontanare le agenzie e i centri media che non hanno expertise sull’ottimizzazione dei programmi AdWords e AdSense. Google sembra volersi liberare del suo ruolo di “fornitore” di spazi sponsorizzati ad agenzie che, solo perché portano clienti/investitori, si trattengono il 15% di commissione d’agenzia. Questa, sottolineo, è una interpretazione personale, ma dopotutto non avrebbero torto: AdWord e AdSense non sono canali di comunicazione tabellare: utilizzarli richiede esperienza nell’ottimizzazione e competenze concrete per seguire il cliente.
Un’altra idea che mi sono fatto è che Google desideri sempre più porsi autonomamente nei confronti degli investitori, saltando l’intermediazione delle agenzie, alcune/molte delle quali al giorno d’oggi probabilmente non generano un grande valore all’interno del processo di implementazione e tuning delle campagne online.
Pur se quelle sopra esposte sono mie interpretazioni, voglio rendere conto di alcuni fatti che danno segnali poco equivocabili sulla direzione intrapresa:
- Google propone un programma di scontistica applicata agli investimenti che un’agenzia o centro media riesce a portare, condizionandone però la concessione al possesso di requisiti ben precisi, tra i quali vi è la presenza nello staff di almeno due professionisti certificati da Google (che abbiano cioè seguito il corso di Google Advertising Professional) e la presenza di almeno cinque clienti attivi; in questo senso è evidente la volontà di portare le agenzie ad un livello superiore di consulenza e autonomia, allontanando nel contempo quelle che non intendono operare in maniera continuativa su AdWords e AdSense.
- Google intraprende cambiamenti anche a livello organizzativo: anche la filiale italiana sta inserendo figure di “manager di linea”, ovvero professionisti con una conoscenza approfondita di mercati verticali (finance, automotive, food & beverages, ecc…) investiti del ruolo di guidare aree specializzate in grado di consigliare al meglio gli investitori appartenenti a determinati settori. Questo fa pensare alla volontà da parte di Google di attrezzarsi non solo per consigliare le agenzie, che a mio parere è quasi incidentale, ma di svolgere attività di consulenza direttamente sui clienti finali, cioè gli investitori.
- e infine…Google intende non corrispondere più, dal 1° gennaio 2006, la commissione d’agenzia (credo che questo fatto parli da sé riguardo agli scopi impliciti…).
Mi sento in fondo di poter apprezzare la volontà di Google di porsi come entità autonoma all’interno del sistema pubblicitario…ovvero di ri-modellare almeno in parte questo mondo.
Già lo hanno fatto con i servizi che tutti usiamo, come investitori e come utenti. Certo però Google non è solo ed esistono piattaforme già molto affermate ed altre in fase di annunciazione.
Technorati tags: Google, Search Engine Marketing.
11.20.05
Ajax e statistiche web
Ajax, acronimo che sta per “Asynchronous JavaScript plus XML�, potrebbe con la sua diffusione condizionare i sistemi di misurazione delle statistiche online. Questa è l’idea che si sta diffondendo presso alcuni marketers; cerchiamo di entrare nel merito.
Le principali metriche di un sito web che attualmente si tengono in considerazione sono unique visitors e page views.
Naturalmente hanno rilevanza anche i percorsi, il tempo di permanenza per pagina, link di ingresso e di uscita, ecc…ma le prime due metriche hanno un’importanza universale – valida cioè sia per editori/publisher, sia per investitori online – perché permettono di pianificare l’investimento pubblicitario nella modalità CPM, oggi tra le più utilizzate.
La caratteristica di Ajax, sistema di programmazione teso a migliorare la user experience, è quella di permettere il caricamento di componenti aggiuntivi nelle pagine senza effettuare il reload delle stesse. Se usate Gmail, Flickr, Google Suggest o avete provato l’ultima release di WordPress sapete a cosa mi riferisco. Questo significa che all’interno di un sito web programmato in Ajax possono essere mostrate al navigatore porzioni significative di contenuto senza che gli attuali sistemi di monitoraggio riescano tenerne traccia.
A mio parere però questo è un falso problema, perché una pagina che si aggiorna dinamicamente ha come “effetto collaterale� l’aumento del tempo di permanenza sulla pagina stessa…un effetto interessante per editori, concessionarie ed anche inserzionisti. La perdita di page views non comporta quindi il calo di spazi pubblicitari disponibili.
Quindi, in buona sostanza, se Ajax o un sistema simile dovesse affermarsi (io penso e credo di sì), cambieranno le metriche da tenere in considerazione; ci si sposterà dalle page views al tempo di permanenza. Gli editori/concessionarie non “venderanno� più le impression ma il tempo di esposizione; più tempo l’inserzionista acquisterà , più saranno le opportunity to see a disposizione.
Bisogna inoltre tenere conto che se con Ajax è possibile aggiornare parti e contenuti di una pagina senza fare un refresh totale della stessa, questo potrà riguardare anche i messaggi pubblicitari; è possibile quindi immaginare una rotazione “softâ€? dei messaggi pubblicitari – senza cioè intralcio alla navigazione – con la possibilità di pianificarla in maniera random/ciclica (come avviene principalmente oggi con i formati tabellari) oppure – meglio – in maniera “behavioralâ€?, adattandosi alle interazioni del navigatore con gli elementi dinamici della pagina.
Link: Ajax Challenges CPM-based Web Ad Model
Technorati tags: ajax, web metrics, analytics, online media buying.
