02.08.06
Ok, il prezzo è giusto
…mi scusino, è stata troppo forte la tentazione del subject
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L’Intesaconsumatori insieme al Ministero per le Politiche Agricole ha presentato il servizio “SMS Consumatori“; da oggi è possibile inviare ad un centro dati un messaggio SMS contenente il prezzo di un prodotto ortofrutticolo e ricevere in risposta il prezzo medio relativo ad ogni macro area geografica (nord, centro, sud).
Dopo aver pensato, per qualche centesimo di secondo, che finalmente (e stranamente) un’autorità statale si era dimostrata attenta e attiva rispetto novità , presentando un servizio paragonabile ad uno di “shopping comparison”, sono prontamente giunto alla conflusione che un servizio del genere non serve a niente; al consumatore non interessa il prezzo medio in astratto (che in quanto tale è il risultato di un calcolo fatto su diversi valori, senza tuttavia rappresentare nessuno di questi) ma dove e quando si può comprare a meno, oppure comprare più qualità allo stesso prezzo.
La cosa più interessante è pero il seguito: se il consumatore trova un prezzo superiore alla media, può procedere alla segnalazione, sempre via SMS, del punto vendita “colpevole” di aver praticato quel prezzo, facendo scattare addirittura controlli fiscali da parte della Guardia di Finanza. A parte che non capisco il legame tra prezzo “alto” ed evasione fiscale (il tutto suona come un meccanismo occulto per calmierare i prezzi con una forma di intimidazione nemmeno tanto velata verso i commercianti), l’unico “beneficio” per il consumatore è quello di poter farsi giustizia da se (come un’altra legge, ben più grave, approvata di recente) denuciando seduta stante al negoziante/commesso che il tal prezzo medio di mercato, certificato non si sa bene da chi, è migliore del suo (pare che la rilevazione sia effettuata quotidianamente da 44 rilevatori su 1700 punti vendita, ovvero ogni rilevatore copre circa 38 tra supermercati, dettaglianti e mercati rionali, non si capisce bene se quotidianamente o no!!!).
Vagli tu poi a spiegare, al giustiziere di turno, che la media è il risultato di prezzi alti e prezzi bassi; è evidente che la tecnologia, così usata, non è sufficiente a rendere intelligenti, o ricchi di valore aggiunto, dei servizi che non lo sono/non ne hanno...ne tantomeno serve a rendere più furbi i consumatori o aumentarne il potere contrattuale.

02.05.06
Pay-to-mail
E’ dall’inizio del nuovo anno che ho notato una cosa: una crescita notevole della quantità di posta indesiderata nella mia casella e-mail.
Non so se sono stato fortunato fino ad oggi (ma il mio indirizzo è sempre stato pubblico, ovvero esposto presso siti web come questo blog), oppure se effettivamente l’Europa, e l’Italia in particolare, sta sperimentando – in controtendenza con gli Stati Uniti – una crescita del fenomeno spam.
A questo proposito, secondo un articolo del New York Times, AOL e Yahoo! starebbero valutando di introdurre un servizio di e-mailing a pagamento per cui, elargendo una somma di 1/4 di cent di dollaro (0,0025) per e-mail si ha la garanzia di un canale preferenziale per la consegna del messaggio (in sostanza si saltano i filtri anti-spam). Va sottolineato che questo sistema funzionerebbe “in entrata”, ovvero se qualcuno deve spedire un messaggio ad un account di AOL o Yahoo! e vuole il canale preferenziale di cui sopra, allora paga; ma se da AOL o Yahoo! vuole comunicare verso account residenti presso altri provider, potrebbe continuare a farlo indiscriminatamente.
Detto ciò, è questa una soluzione efficace per combattere lo spam?
Di sicuro c’è un problema molto serio oltre allo spam, legato alle e-mail e che ne limita l’utilizzo da parte dell’utenza meno abituata alle tecnologie: il rischio percepito di poter raccogliere non solo spazzatura pubblicitaria, ma anche virus e software maligno (come testimonia il caso di kamasutra, il virus, e quanto accaduto al comune di Milano – mi chiedo se i 30 milioni di euro in IT spesi ogni anno siano stati spesi bene)
A mio parere però la mossa di AOL e Yahoo! non sarebbe motivata dal persistere del fenomeno spam, quanto da ragioni più pragmatiche. I grandi provider al giorno d’oggi forniscono caselle e-mail di grande capienza (trend lanciato da Google con Gmail) per le quali non percepiscono alcun introito diretto (solo indiretti, dall’advertising); le caselle e-mail diventano un costo quando ricevono grandi quantità di messaggi…e più ne ricevono, più costano al provider.
Chi è causa di costi è quindi chi spedisce messaggi, non chi li riceve, per cui il provider decide – in coerenza con questo ragionamento – di “tassare” questi soggetti.
Ciò potrebbe essere particolarmente vero con la diffusione della banda larga, da cui consegue la possibilità di inviare (anche grazie alla mancanza di limiti da parte dei fornitori di caselle e-mail) messaggi con file allegati di grosse dimensioni. Certo se il ragionamento è questo, fossi in AOL e Yahoo! farei una distinzione tra comunicazione ordinaria, gratuita e senza limiti, e comunicazione straordinaria (con allegati pesanti o altro), a pagamento per il mittente. Dopotutto l’idea di farsi pagare da chi sfrutta le risorse altrui inviando file di grosse dimensioni non è sbagliata, purché si dimostri in grado di educare ad un utilizzo più razionale della posta elettronica (decisamente non nata per inviare grossi documenti) e magari spingere servizi a valore aggiunto per l’immagazzinaggio e la condivisione di grossi file (il cosiddetto “digital storage”).



02.04.06
Questioni di stile…
Una frase pronunciata a cuor leggero da una collega:
“E’ incredibile, i nostri account fanno gli stessi errori di cui – loro stessi – si lamentano quando a farli sono i nostri clienti”.
Una frase detta a cuor leggero che ha riaperto una questione, che riassume bene il senso di riproduzione di certi automatismi gestionali: la persona che riproduce le “ingiustizie” che gli cascano dall’alto verso chi sta in basso.
La persona che, diventata responsabile, anziché cambiare lo stile gestionale che ha subito fino al giorno prima (che esclude la condivisione delle informazioni e delle decisioni), ne riprende appieno le caratteristiche perché, più o meno inconsciamente, è il momento per lei di godersi qualche privilegio decisionale.
Penso invece che dovrebbe essere sempre lasciato spazio, non a parole ma con “puri fatti”, a idee diverse, anzi andrebbe stimolata la proposizione da parte di tutti i collaboratori ad un progetto, con l’unico obbligo – da parte del “responsabile” – di garantire un coordinamento di base: il ruolo del responsabile non è affatto quello di prendere decisioni, bensì quello di coordinare altri decisori, altre decisioni, altre persone in grado di pensare e proporre…messe lì apposta per questo. Un abilitatore insomma…


01.31.06
La Cina è…vicinissima
Probabilmente a lungo andare alcuni cinesi di origine potrebbero aversene a male, per il continuo utilizzo della Cina come metro di riferimento per la censura. Nonostante sia chiaro che la Cina è tuttora sotto un regime, mi fa pensare quando vedo nazioni come la nostra (esportatrice di design e democrazia, più il primo che la seconda all’atto pratico) prendere in prestito “tecniche” tipiche dei regimi per limitare l’accesso alle informazioni online.
Caso limpido è quello delle scommesse online: la finanziaria 2006 (approvata lo scorso anno) istituisce la black list anche per quegli operatori che, pur operando legalmente e alla luce del sole all’estero (con tutti i controlli del caso), non hanno un autorizzazione governativa in Italia. Di certo ci sono anche alcune realtà border line, con sede legali in paradisi fiscali o affini. E’ bene che queste spariscano…ma infatti non discuto il fine, quanto il metodo, ovvero l’impiego della black list.
Non sottovaluterei la cosa, nel senso che non vorrei vedere i nostri governi prenderci gusto, dando retta a qualcunque richiesta da parte di chi vorrebbe, per interessi strettamente suoi di parte, mettere in black list siti web che non gradisce siano liberamente accessibili. Come ad esempio Sky, leggere il virgolettato su Minimarketing per credere.

01.28.06
Google becomes rich…
…no, non mi riferisco alla capitalizzazione di borsa o ai patrimoni personali (alquanto ingenti, gaudio loro) di Page & Brinn; mi riferisco a rumors (rivelati da Jensense) secondo i quali Google avrebbe iniziato a contattare alcuni editori per la sperimentazione di formati quali overlayer, interstitial, floating ads…quindi rich media.
Ciò naturalmente andrà ad interessare quei siti web che fanno parte del network di site targeting di Google; si potrà vedere quindi allargata l’offerta oltre i 5 formati tabellari attualmente disponibili, se i test diverranno operativi su larga scala.
Se ciò fosse confermato, si potrebbe dire che Google prosegue sulla strada di smentire se stesso: è chiaro che sia i formati tabellari già in adozione presso gli editori del network AdSense sia l’eventuale novità dei rich media, contrastano con l’idea da cui è nato AdWords, quella di permettere una comunicazione contestualizzata e basata sulle performance; i 5 formati tabellari del network AdSense (il già citato site targeting) avvicinano infatti Google a un’editore qualsiasi che gestisce gli spazi pubblicitari di un network di siti, permettendo all’inserzionista di scegliere su quali apparire in base all’affinità (argomento trattato, ecc.).


01.26.06
Disney compra Pixar
…ma, se escludiamo gli aspetti finanziari, è come se Pixar avesse comprato Disney.
Mi sembra piuttosto evidente che Disney non sarebbe nulla oggi senza l’apporto della “creatura” specializzata in animazione digitale fondata da Steve Jobs; è altrettanto evidente che Disney da sola non aveva più al suo interno alcuna competenza utile a sviluppare un prodotto al passo coi tempi.
Disney non ha scelto di comprare Pixar, è stata sostanzialmente obbligata a farlo; d’accordo poi, questo succede spesso (che le aziende acquisiscano altre aziende per acquisirne il know-how), ma è più singolare quando uno storico colosso dell’industria culturale deve acquistare ciò che costituisce il suo core business (la creazione di storie animate) dall’esterno.

01.23.06
L’azienda può/deve fare a meno dell’agenzia?
…ovviamente sarei un pelo di parte se rispondessi alla domanda posta nel titolo (per la cronaca e per chi non sapesse, lavoro in un’agenzia/centro media); è il modello pubblicitario introdotto da Google adWords qualche anno fa, a far emergere questo quesito. Secondo questo modello, per quanto applicato ad una nicchia del mondo pubblicitario, il ruolo dell’agenzia è marginalizzato dalla struttura stessa del servizio: un servizio di advertising contestuale che presuppone, da parte di chi lo attua, una profonda conoscenza del business e degli obiettivi di marketing…tutte informazioni che le aziende italiane sono riluttanti a condividere anche con i loro consulenti di comunicazione.
A ciò si aggiunge il fatto che realtà come Google (e in parte anche i suoi concorrenti) sembrano strutturarsi per seguire direttamente il cliente finale, saltando l’agenzia.
Se poi vedo Google che acquisisce un’azienda specializzata in pubblicità radiofonica (DMarc Broadcasting), peraltro un’azienda, quella acquisita da Google, interessantissima perché offre servizi che permettono di gestire una campagna via radio con una flessibilità analoga a quella offerta dagli adserver per le campagne online: vale a dire caricamento della campagna da remoto – niente più spedizioni di supporti fisici – possibilità di scegliere i posizionamenti in maniera flessibile – così come gli adserver permettono di scegliere i posizionamenti di una campagna online fino al singolo sito – misurabilità del numero di volte nelle quali lo spot radiofonico è stato riprodotto – analogo al dato sulle impression per banner e altri formati grafici).
Digressioni a parte, è chiaro che uno strumento di tale flessibilità , così come AdWords o la pubblicità sui network di affiliazione (Zanox e Tradedoubler) si prestano ad una gestione diretta del cliente con il supporto dell’azienda che gestisce tutto il sistema (Google e co.); in questo contesto una parte significativa del lavoro svolto da centri media e agenzie di comunicazione interattiva perde di senso: mi riferisco a tutta l’attività di contrattazione/media buying.
Ai centri media “puri” rimarrà quindi ben poco da fare in questo campo, dal momento che il loro modello di lavoro è strettamente legato al media planning e all’acquisto spazi (a meno ovviamente di non introdurre divisioni “brand new” dove la mentalità e l’organizzazione del lavoro in stile “centro media” non entrino nemmeno di striscio), mentre per le realtà come le agenzie e le società di consulenza può esserci ancora spazio per quanto riguarda il supporto alla strategia di comunicazione online: per fare ciò queste realtà devono essere un passo avanti rispetto ai clienti nella consapevolezza sull’uso degli strumenti di contextual advertising e sulla pubblicità interattiva in generale (banale, quantomeno come concetto), e devono nel contempo avere il coraggio di chiedere ai clienti quali sono i loro obiettivi di marketing (e se non li hanno definiti, guidarli anche in questo lavoro)…in modo da poter creare veri piani strategici…e non documenti strategici (come ho visto fare) nei quali non v’è traccia di strategia.

01.19.06
Nuovo brevetto da Apple
Apprendo, tramite MIT Advertising Lab, che Apple ha chiesto la registrazione di un brevetto per un display che incorpora al suo interno una camera in grado di catturare immagini. In parole povere si tratta di un device in grado sia di visualizzare immagini, sia di catturarle.
Premesso che la registrazione di questo brevetto può avere, come è purtroppo di norma, uno scopo “difensivo� (ovvero di impedire ad altri di creare e mettere sul mercato questa innovazione): le aziende hanno già intrapreso da lungo tempo l’abitudine di utilizzare i brevetti come arma di difesa dalla concorrenza, complice il fatto che, soprattutto in alcune nazioni più che in altre, oggetto di “patenting� può essere anche un’idea (il famoso esempio di chi brevetta il concetto di “finestra� e rivendica perciò le royalties da ogni produttore di software con una interfaccia grafica a finestre) e non necessariamente (come sarebbe invece più giusto) una tecnologia o un processo esecutivo per l’ottenimento di un risultato.
Detto questo, non è perciò sicuro che Apple abbia intenzione di sviluppare questa tecnologia, ne che sia in grado di farlo a breve, anche se dal punto di vista applicativo uno scopo per uno schermo “a due vie� (in grado di visualizzare e catturare immagini allo stesso tempo) potrebbe esserci: penso in particolare alla possibilità di creare dispositivi mobili (in primis mi riferisco ai cellulari) risparmiando l’ingombro della camera per le videochiamate (pur se già piccola e poco ingombrante oggi).

01.17.06
Vnu e Buzzmetrics
Vnu, la holding attiva nel campo dell’editoria professionale e della comunicazione (in senso molto ampio, dal momento che controlla anche AC Nielsen) ha acquisito Buzzmetrics, società il cui nome è già piuttosto esplicativo: si occupa infatti di misurare il word-of-mouth e, per estensione, sondare la “catena informativa” generata dal consumatore in maniera spontanea.
Dall’unione tra Buzzmetrics e Intelliseek (acquisita da Vnu qualche mese fa, già promotrice di servizi come Blogpulse e anch’essa attiva nella misurazione del cd. “consumer generated media”) nasce Nielsen Buzzmetrics, il cui ruolo credo sarà paragonabile a quello che Nielsen Media Research ha per la comunicazione tabellare e il below the line: misurare i fenomeni di comunicazione spontanea, quantificarne l’entità e misurarne l’impatto, producendo report di sintesi della percezione di brand presi singolarmente o messi in rapporto alla concorrenza ed al settore merceologico di appartenenza.
Personalmente mi sembra un campo molto affascinante, anche se pieno di fuffa come spesso capita nel campo della comunicazione, ma comunque…visto anche il nome di questo blog, non potevo non parlarne.
Technorati tags: word of mouth, consumer generated, metrics.
01.15.06
Far decollare le agenzie…
Se lavorare nel marketing online significa fare marketing multi-disciplinare (diamolo per assodato, anche se molta cattiva informazioni gira su questo tema) anche l’organizzazione del lavoro dovrebbe riflettere questo fatto; è chiaro che l’organizzazione non è propriamente (non è affatto) il mio campo, ma dopo aver militato in agenzia piccole, medie e grandi centri media, ho realizzato che i team che lavorano meglio sono quelli composti da persone con sensibilità trasversali sui temi della comunicazione.
Possono essere ad esempio i team che si occupano dei grandi clienti (sono piuttosto frequenti nei centri media internazionali), ma il team “per elezione” di questo genere potrebbe proprio essere quello che si occupa di marketing digitale…per i motivi che tutti sanno (o dovrebbero sapere): digitale è un termine (un aggettivo) che indica un insieme di strumenti con i quali si possono praticare modalità disparate di comunicazione, con obiettivi che vanno dalla brand awareness al direct response.
Perciò, ci vogliono persone con aperture mentali trasversali, come già dicevo; per contro quindi tale modo di lavorare si adatta poco ai compartimenti chiusi che vedo in tutte le organizzazioni.
La pubblicità online è decollata, come viene sottolineato a mo’ di mantra in ogni occasione, ma ciò non significa che il successo per degli operatori del settore sia un automatismo: per questo bisogna far volare su ben altri livelli il modo di lavorare delle agenzie.